UBUNTU: dall’eredità di Nelson Mandela alla nostra Costituzione

Il cammino di 4A e 5A delle Forti: dai Pacifici, a Nelson Mandela, alla nostra Costituzione. Ubuntu: io sono perché noi siamo. Mostra aperta fino al 5 Giugno.

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Il 18 marzo, presso la Biblioteca Mondadori di Borgo Trieste, si è tenuto un incontro che ha visto protagoniste le classi 4ªA e 5ªA della Scuola Forti. L’evento_ svoltosi alla presenza dell’Assessora alle Politiche Educative e Scolastiche Elisa La Paglia, del consigliere comunale Lorenzo Didonè e del presidente dell’Associazione Azione Comunitaria Agostino Trettene, assieme a Jean-Pierre Piessou dell’Associazione Pangea_ ha segnato una tappa fondamentale all’interno di un percorso di Educazione Civica iniziato lo scorso anno scolastico e culminato nell’intitolazione dei giardini del quartiere a Nelson Mandela. Il progetto ha coinvolto gli alunni in un lavoro interdisciplinare tra arte, musica e linguaggi multiculturali, trovando una cornice ideale nell’adesione da parte di tutta la scuola Forti alla “Carovana dei Pacifici”, nata con Luciana Bertinato nel 2015, presso la Casa delle Arti e del Gioco di Mario Lodi. Nelle righe che seguono, l’insegnante Maddalena Perlini ripercorre l’esperienza condivisa con le colleghe Rita Andriani, Chiara Scarpi e Maria Giovanna Spiteri, arricchita dalla vivace testimonianza finale di nonno Alfredo Dal Corso.

«Maestra, un Pacifico è volato via in mezzo alla strada!» urla un bambino. Inizia così, con il salvataggio di una sagoma della Carovana, la nostra uscita verso un appuntamento speciale. Un vento gagliardo ci accompagna. «Eccoci! Siamo pronti a questo nuovo compito di umanità e cittadinanza tanto caro a Mario Lodi, idealmente vicino a noi», mi dico guardando le bambine e i bambini per le vie del quartiere, ambasciatori di un grande messaggio. Ad accoglierci troviamo volti ormai familiari, già incontrati all’inaugurazione dei Giardini Mandela, lì per dare valore al percorso che ci ha portati fin qui. Mentre sistemiamo gli ultimi cartelloni e facciamo spazio alle tante sagome variopinte realizzate dalle classi della scuola — alcune semplici, altre più robuste, pensate per essere portate al collo o appoggiate sulle ginocchia, nate da scatole di cartone o semplici cartoncini delle uova — vengo richiamata dalla voce vivace di un alunno. «Maestra, vedi quel signore? Prende degli appunti guardando i nostri lavori appesi ai pannelli!», dice F. incredulo, sgranando gli occhi. “Dovrebbe essere sempre così”, penso tra me, ricordando i versi di Korczak: andare alla scuola dei bambini per «innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti, salire fino alla profondità del loro cuore».

La biblioteca del quartiere si fa in un attimo casa e fucina di pace: tutti seduti a terra, in cerchio tra i pannelli dove figurano scritte e disegni, in un corale silenzio che diventa ascolto e partecipazione. Al centro, un tavolino colorato sembra un focolare circondato dai libri dedicati a parole gentili e a Mandela. La voce dei bambini si fa potente mentre descrivono le sfide emotive vissute dal prigioniero 46664, futuro premio Nobel Madiba nei suoi 27 anni di prigionia, trasformate poi in ponti e arcobaleni fino alla loro massima fioritura. Ne spiegano con cura le tante sfumature: la rabbia, la solitudine, la tristezza, l’indignazione, ma anche la speranza, la pazienza, il coraggio, il perdono e la gioia. Alcuni si soffermano a illustrare i simboli scelti: immagini che danno forma alla chiusura — come un cuore spezzato, un pugno, un tunnel o la solitudine di un’isola — per poi aprirsi al volo degli uccelli, a un’altalena verso il sole o a un seme che sboccia. Tra prigioni da abbattere, catene da sciogliere e montagne da scalare, compaiono porte semiaperte e libri pronti per lo studio. I disegni raccontano anche la nostra quotidianità: ecco l’ ‘Appello delle emozioni’ che in classe ci allena all’ascolto, i fumetti in lingue diverse e le mani che si incontrano. Le parole colorate di Mandela abitano tra loro, riferendosi all’ingiustizia, all’incertezza del cammino, per andare poi verso la comprensione e l’unità di intenti.

È commovente ascoltare i contributi emergere spontaneamente dal gruppo: le esperienze e le conoscenze condivise — come i riferimenti al Muro di Berlino, alla fuga dall’Iran, alla ricerca di un’abitazione — entrano in dialogo con gli articoli della Costituzione: il diritto al nome, alla salute, all’uguaglianza, all’istruzione, alla libertà, il “no” alla guerra. Un filo rosso ci collega tutti: l’Ubuntu (Io sono perché noi siamo).

Queste espressioni trovano eco in altri disegni ancora che raccontano il valore del rispetto e della partecipazione, attraversando il significato del voto, della protesta e della cura della Terra. C’è spazio anche per un approfondimento dedicato alla parola “razzismo”, con le metafore nate in classe per spiegarne la durezza: i bambini lo descrivono come un tasto stonato sul pianoforte, come grandine che distrugge tutto o come una ferita che non smette di sanguinare. Un momento ancora per comunicare il senso di quelle piccole sagome di carta che vengono mostrate con entusiasmo: “Hanno la stessa forma per dire che abbiamo tutti la stessa dignità e lo stesso valore”, spiega B. “Sono diverse per colori e caratteristiche, nate con il compito di abbattere muri e costruire ponti tra le persone e i popoli. In loro ci siamo noi”, aggiunge, ricordando che alcune hanno già viaggiato in marcia con altre fino ad Assisi e sono state portate in dono anche in una casa di riposo e in altre scuole, legando generazioni e luoghi lontani.

Un legame che si fa ancora più profondo, quando E. conclude ricordandoci i versi di Invictus che Mandela leggeva in cella per ritrovare la forza: «I am the master of my fate, I am the captain of my soul» (Io sono il padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima). Non possiamo sempre scegliere ciò che accade, ma possiamo scegliere come reagire. Infine, il toccante racconto di Jean-Pierre Piessou sul giorno in cui sentì alla radio la notizia della liberazione di Mandela. Il suo appassionato intervento accende la memoria e rende la Storia viva. “Era domenica 11 Febbraio 1990 attorno alle 10.39, sentimmo alla Rfi, Radio France Internationale e Radio Praga édition française la liberazione di Madiba. Un boato in tutto il continente africano e nel cuore di noi giovani studenti. Era iniziata la nuova primavera per noi! Bellezza e stupore, la relazione aperta e luminosa con tutte le diversità! E la promessa fatta a mio padre di seguire sempre quella luce uscita dal tunnel del carcere”.

 

A suggellare questo scambio, le note di Shosholoza: un canto intonato sottovoce tra gli scaffali della biblioteca. Risuonato con tutta la forza dell’orchestra Fincato Rosani il 2 ottobre, durante l’inaugurazione dei giardini, si è fatto qui essenziale, capace di esprimere il senso del cammino fatto insieme. “Ora questi luoghi, questa memoria sono nelle vostre mani”, è l’appello accorato di Jean-Pierre. Un invito a custodire come si cura un albero: dove le radici sono gli anziani, il tronco gli educatori e i rami i giovani. Una polifonia che trasforma la mostra in un ponte verso il futuro, con la speranza che questi lavori possano arrivare fino all’Ambasciata del Sudafrica.

Noi desideriamo che questo sguardo cresca insieme a te che leggi, a chi vorrà visitare la mostra. Fino al 5 giugno, le porte sono aperte per accogliere i vostri pensieri: un quaderno ne custodirà con gratitudine ogni traccia. Le strade anche così si diramano e portano lontano. Grazie!

 

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